L’abrogazione dell’adozione dei libri di testo come metafora

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9 novembre, 2012
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Il decreto Crescita 2.0, mancando di una strategia complessiva, mantiene approcci in controtendenza con i cambiamenti in atto per la “rivoluzione digitale”. Il mantenimento dell’adozione dei libri di testo scolastici, in questo contesto, è un caso emblematico, e la sua abrogazione diventa quasi la metafora del cambiamento da promuovere, per superare un approccio dannoso che impedisce di procedere sul percorso dell’innovazione con l’energia necessaria

Il caso emblematico

Tra le tante proposte che erano state avanzate in sede di consultazione pubblica online per l’Agenda Digitale e che adesso sono state ripresentate come proposte di emendamento al decreto Crescita 2.0 (ex Digitalia) nel corso della Consulta Permanente dell’Innovazione svoltasi il 23 ottobre, ce n’è una (non la sola) che ha delle caratteristiche che vanno oltre il merito, e la identificano come metafora del cambiamento possibile, e allo stesso tempo difficile da realizzare per le grandi resistenze che deve superare. Si tratta della proposta di abrogare l’adozione dei libri di testo scolastici, consentendo ai docenti la scelta dei contenuti didattici di riferimento integrandoli tra quelli disponibili in rete, accessibili in forma gratuita o a pagamento, quelli realizzati da altre scuole e quelli realizzati (o da realizzare) dall’istituto stesso.
Questa proposta intende modificare quanto ribadito anche dal decreto Crescita 2.0, e cioè che l’innovazione consista nell’adozione di “libri nella versione digitale o mista, costituita da un testo in formato digitale o cartaceo e da contenuti digitali integrativi, accessibili o acquistabili in rete anche in modo disgiunto”, in pratica nel passaggio dalla forma cartacea obbligatoria alla forma “mista”, digitale e cartacea, lasciando intatta la centralità di un testo di riferimento confezionato (dalle case editrici). Questa posizione diventa così emblema di due idee, ancora oggi molto diffuse e prevalenti nel nostro Paese:
- che la “rivoluzione digitale” sia nella sua essenza solo un passaggio di formato e che la sua realizzazione si chiuda nella “digitalizzazione” degli oggetti e delle transazioni, senza trasformarli;
- che il mercato digitale possa essere organizzato con le regole e l’assetto preesistente.
Due idee non disinteressate, che tendono a mantenere le posizioni e a difendere gli interessi degli operatori economici e sociali attuali, e che sono alla base delle tesi che in queste settimane animano molti fautori delle modifiche alla “legge sulla diffamazione” determinati ad applicare a tutti i siti web e ai blog le regole che vigono per la stampa.

Forma e trasformazione

Il cambiamento della “rivoluzione digitale” non è di superficie. La possibilità di accesso attraverso la rete di contenuti di varia fonte e formato (testo, foto, video) che possono essere collegati tra loro in modo che la loro fruizione non sia predefinita, ma lasciata ai percorsi di attraversamento, fa sì che oggi pensare ad una documentazione di supporto allo studio evoca immediatamente ipertesti multimediali. Non un libro, monolitico, che associamo meglio alla lettura individuale, narrativa o di approfondimento, ma essenzialmente intima e non collettiva. Soprattutto in ambito scolastico, sono ormai innumerevoli le esperienze, anche nel nostro Paese, di realizzazione di contenuti da parte di insegnanti, di reti di scuole, nell’ambito di progetti che non solo tendono a costruire supporti didattici sempre più vicini alle esigenze dei docenti e degli studenti, ma anche capaci di modularsi rispetto ai percorsi didattici intrapresi di anno in anno. Senza per questo obbligare le famiglie a rincorrere gli aggiornamenti e le modifiche acquistando nuove dispense e contenuti.
Ciò che la campagna di diffusione delle LIM (Lavagne Interattive Multimediali) sta creando nelle scuole è insieme la necessità e l’opportunità di costruire e condividere contenuti didattici. Necessità e opportunità che mal si concilia con l’obbligo di identificare “un libro di testo”.
Bisogna arrendersi alla realtà delle cose. Il cambiamento è avviato e non può essere imbrigliato a lungo con norme e linguaggi inadeguati. L’esito non è però scontato. È infatti comunque possibile ostacolarlo, rallentarlo, evitare di supportarlo, introdurre o mantenere contraddizioni che possono portare a deragliamenti. In questo caso “metafora”, mantenere il libro di testo significa ridurre il peso dei contenuti didattici realizzati dalle scuole, necessariamente “integrativi” e non principali, e spingere i docenti a rimanere sulle antiche procedure, scegliendo tra le proposte editoriali che ancora, in prevalenza, portano su supporto digitale i testi dei libri.

Modello di produzione

Le scuole che producono contenuti digitali, gli insegnanti e gli studenti che cercano di condividere le lezioni e i materiali che realizzano (ma ancora non trovano un luogo semplice ed efficiente per farlo) mostrano che anche qui il modello di produzione è cambiato. Tutti possono essere produttori, e la condivisione dei prodotti non si esaurisce nella fruizione allargata, ma genera nuovo valore, grazie alla rielaborazione, al riutilizzo che porta a nuovi contenuti, a nuovi arricchimenti. E questa produzione diffusa porta in sé il valore dell’esperienza applicata, della diversificazione legata ad esigenze specifiche. Anche qui, il cambiamento è già in corso. La costrizione dell’adozione di una “dotazione libraria” mantiene un posto protetto per gli operatori economici attuali. Con un doppio danno: per gli utenti, ma anche per gli operatori, che ritardano la propria trasformazione, il cambiamento di ruolo per consenta loro di collocarsi in senso positivo e proattivo in questo percorso.La stessa situazione troviamo nel mercato delle telecomunicazioni, dove le attuali regole privilegiano i grandi operatori, a scapito dei piccoli operatori locali e delle iniziative dei cittadini (vedi la proposta sulla fibra dei cittadini).

La strategia

L’esempio dell’adozione dei libri di testo è solo uno dei tanti che rivela alcune contraddizioni presenti nell’attuale proposta governativa sull’Agenda Digitale. Con provvedimenti molto innovativi (sui dati aperti, sulle comunità intelligenti) e altre aree quasi al palo (alfabetizzazione digitale, commercio elettronico). Un decreto a cui manca una strategia, una definizione complessiva progettualeforse il coraggionecessario per il cambiamento radicale evocato dallo stesso presidente Monti. Ma il decreto può ancora essere cambiato. E per questo occorre seguire con attenzione il passaggio parlamentare, con rigore e passione. Perché l’occasione non vada perduta.

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